Vita da Goffman


Mi sento…?
Marzo 24, 2009, 12:36 pm
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Lavorare nelle scuole offre la possibilità affascinante di confrontarsi direttamente con ragazzi e ragazze. Il loro mondo, work in progress continuo, macina parole, sentimenti, pensieri nuovi. Cresce e palpita. Se si riesce a socchiudere la finestra da cui a volte pretendiamo di spiarlo, si odono voci angeliche portare messaggi inauditi. In quei momenti la sorpresa è dietro l’angolo e sbuca come un amico mai visto ma mai così caro.

L’altro giorno ho potuto parlare di sessualità e affettività. L’etichetta linguistica non rende merito della complessità dell’argomento. Spesso, sotto questi nomi, si cela una routine psicopedagogica stanca a fronte della quale i giovani si limitano alla consapevolezza di perdere qualche ora di scuola. Le nozioni passano, migrano, corrono, zoppicano. Ma si fermano, si perdono.

Il discorso ha preso una direzione interessantissima. Oserei dire voluta. Da molto tengo a questo argomento, che mi pare radicalmente importante. La nostra società ha costruito nel tempo un vocabolario ricco per parlare di cose, fatti, oggetti fisici. Possiamo dire quanto è lungo un tavolo, quanto pesa un’arancia, come arrivare con il percorso più breve da Treviso a Venezia. Ma siamo in grande difficoltà se vogliamo raccontare le emozioni che proviamo nel sfiorare delicatamente la superficie legnosa del tavolo in questione o se intendiamo esprimere i sapori che rincorrono il nostro passato da bambini quando mangiamo un’arancia o se ancora cerchiamo il percorso più breve per il nostro animo, per le nostre paure, per la voglia di essere già lì.

C’è tutto un mondo, quello delle emozioni e dei sentimenti, insondato. Per questo ammiriamo poeti e artisti, che con tanta bravura si cimentano nel mestiere impossibile, perché quasi senza strumenti. E così alla domanda “come stai?” spesso si risponde come uno sbiadito “bene”… o con qualche perifrasi rodata o di fortuna. Come è difficile inabissarsi in quel mondo e trovare le parole per raccontarlo!

Torno  a episodi concreti, spesi nelle aule degli istituti superiori. Ragazzi e ragazze che contraggono il loro multiverso emozionale verso i poli “incazzato” e “scazzato”. Se nominare un’emozione ci permette di conoscerla, riconoscerla e viverla, allora l’analfabetismo emozionale provoca danni disastrosi. E quando coi ragazzi si affronta questo argomento, cala un silenzio d’ascolto totale e assordante.

Credo che la nostra società faccia un grave torto nel sottrarre parole per dire e per esprimere. Ruba i sentimenti e i vissuti, strappa la possibilità di essere uomini. Schiavizza, perché chi non sa emozionarsi è facilmente manipolabile. Soffoca con un tragico sorriso ogni forma di insurrezione, mentre non sa che in questo modo è la prima a morire.