Vita da Goffman


Vècia mòglie – Virgilio Giotti
Agosto 13, 2008, 10:11 am
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Poetica è forse la parola che ci suona familiare. Che riconosciamo nostra fin da subito. Nessun convenevole, per favore! Non ci dobbiamo presentare. Una strizzata d’occhio e ci siamo capiti. Giotti (pseudonimo nato dal cognome materno) sceglie proprio la lingua madre, il dialetto triestino, per parlare di cose intimamente vicine a ognuno di noi. La sua poesia, che sgorga vera, intrisa di temi umili, è tutto meno che scontata. Il dialetto offre un dipinto dai cromatismi intensi e densi d’affetto. Non so perchè quando la leggo, sento tutto il calore di una carezza amica.

Da Versi (Trieste, 1953) Vècia mòglie

La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente
’sto respiro de lui, sintir nel scuro
che’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar ‘n un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
                                                                    no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.