Archiviato in: Emozioni, Identità, Psicologia | Tag: Emozioni, giovani, Identità, Psicologia, scuole
Lavorare nelle scuole offre la possibilità affascinante di confrontarsi direttamente con ragazzi e ragazze. Il loro mondo, work in progress continuo, macina parole, sentimenti, pensieri nuovi. Cresce e palpita. Se si riesce a socchiudere la finestra da cui a volte pretendiamo di spiarlo, si odono voci angeliche portare messaggi inauditi. In quei momenti la sorpresa è dietro l’angolo e sbuca come un amico mai visto ma mai così caro.
L’altro giorno ho potuto parlare di sessualità e affettività. L’etichetta linguistica non rende merito della complessità dell’argomento. Spesso, sotto questi nomi, si cela una routine psicopedagogica stanca a fronte della quale i giovani si limitano alla consapevolezza di perdere qualche ora di scuola. Le nozioni passano, migrano, corrono, zoppicano. Ma si fermano, si perdono.
Il discorso ha preso una direzione interessantissima. Oserei dire voluta. Da molto tengo a questo argomento, che mi pare radicalmente importante. La nostra società ha costruito nel tempo un vocabolario ricco per parlare di cose, fatti, oggetti fisici. Possiamo dire quanto è lungo un tavolo, quanto pesa un’arancia, come arrivare con il percorso più breve da Treviso a Venezia. Ma siamo in grande difficoltà se vogliamo raccontare le emozioni che proviamo nel sfiorare delicatamente la superficie legnosa del tavolo in questione o se intendiamo esprimere i sapori che rincorrono il nostro passato da bambini quando mangiamo un’arancia o se ancora cerchiamo il percorso più breve per il nostro animo, per le nostre paure, per la voglia di essere già lì.
C’è tutto un mondo, quello delle emozioni e dei sentimenti, insondato. Per questo ammiriamo poeti e artisti, che con tanta bravura si cimentano nel mestiere impossibile, perché quasi senza strumenti. E così alla domanda “come stai?” spesso si risponde come uno sbiadito “bene”… o con qualche perifrasi rodata o di fortuna. Come è difficile inabissarsi in quel mondo e trovare le parole per raccontarlo!
Torno a episodi concreti, spesi nelle aule degli istituti superiori. Ragazzi e ragazze che contraggono il loro multiverso emozionale verso i poli “incazzato” e “scazzato”. Se nominare un’emozione ci permette di conoscerla, riconoscerla e viverla, allora l’analfabetismo emozionale provoca danni disastrosi. E quando coi ragazzi si affronta questo argomento, cala un silenzio d’ascolto totale e assordante.
Credo che la nostra società faccia un grave torto nel sottrarre parole per dire e per esprimere. Ruba i sentimenti e i vissuti, strappa la possibilità di essere uomini. Schiavizza, perché chi non sa emozionarsi è facilmente manipolabile. Soffoca con un tragico sorriso ogni forma di insurrezione, mentre non sa che in questo modo è la prima a morire.
3 Commenti finora
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Sì, ancora una volta sono io a rompere le biglie! Non riesco ad afferrare il concetto che “chi non sa emozionarsi è facilmente manipolabile”. Me la spiegate ?!
Commento di Eva Marzo 24, 2009 @ 3:37 pmCarissima,
cogli un punto nodale della questione. Con molta polemica attacco tutti quelli che vendono sorrisi sbiaditi per soggiogare il popolo insoddisfatto. Odio le musiche soffuse nei centri commerciali, che attivano sentimenti di quiete e tranquillità per far credere al consumatore di poter sostare e spendere. Odio i centri commerciali che stappano dalla piazza delle città e dei paesi famiglie e parole, rendendo le vite schiave di una routine consumistica. Odio programmi e programmini televisivi che inebetiscono, vendendo facili exploits emozionali privi di contenuti, camuffando la realtà dei vissuti. Odio le false confessioni in tivvù. Odio tutta quella serie di oggettini schifosi resi utilissimi dalla nostra società e che ti fanno credere di stare bene (almeno per qualche giorno o ora).
Odio tutti coloro che intendono appiattire il multiverso emozionale. Chi perde la spontaneità delle emozioni diviene prevedibile, quindi facilmente manipolabile. I potenti (i papponi della società) non vogliono un popolo che sappia emozionarsi in vari mo(n)di e essere imprevedibile. Voglio prevedere i consumi. E per farlo hanno bisogno di un unico popolo, meglio, una massa informe, appiattita a livello emozionale, pendolare tra i poli dello scazzo (cui consegue l’acquisto) e l’incazzatura (perché il benessere è fittizio).
Sono stato un po’ nervoso e pedante nella risposta. Scusa, ma ora scappo a lavorare. Nella tua scuola
Commento di Tito Sartori Marzo 25, 2009 @ 9:35 amAnche a me rattrista vedere quello che tu descrivi così bene. Mi chiedevo se le persone che vanno a passeggiare con i figli nei centri commerciali la domenica, vogliono davvero cambiare o a loro sta bene così, perchè secondo me a loro va bene così.Non è facile nè indolore venirne fuori, vedere che molti tentano in tutti i modi di manipolarti, sfruttarti, appiattirti, usarti. Meglio pensare che siamo noi i furbi che facciamo l’affare e ce ne usciamo con i carrelli pieni di cose che non servono.
Pensavo a un desiderio che avevo un annetto fa, necessario a mio avviso per essere un po più serena,per il quale ho lottato con testardaggine. Ci ho investito energia tempo e lacrime. Poi un giorno,ma proprio dal detto al fatto, mi accorgo che non era quello che volevo, non era quello che mi avrebbe resa serena.Di emozioni ne ho vissute molte in quel periodo, ma non le sapevo leggere. Vale la pena svegliarsi,anche alla mia età…. però…..che fatica!
Commento di Laura Marzo 25, 2009 @ 2:35 pmCiao!