Vita da Goffman


Fare lo psicologo, essere psicologo
Marzo 11, 2009, 11:57 am
Archiviato in: Psicologia

Ieri mattina, una ragazza delle superiori mi chiede: “Ma è difficile fare psicologia?“. Momentaneamente affascinata da chissà quale considerazione che aleggiava in aula, poneva una questione semplice ma a cui è difficile rispondere. Difficilissimo.

Per un attimo mi fermo. Sosto in piedi, davanti a lei, mentre il silenzio diviene autostrada per pensieri liberi e incoscienti. Poi mi risolvo e provo a darle una risposta.

Studiare psicologia non è cosa difficile, anzi si può fare senza troppi intoppi. Basta un minimo di sale in zucca e buona volontà. Penso sinceramente esistano facoltà universitarie che impegnano di più gli studenti. Se uno vuole poi approfondire la materia, il discorso cambia, ovviamente.

Fare lo psicologo è relativamente facile. Si applicano una serie di conoscenze, sovente e inconsapevolmente mescolate con buone dosi di senso comune, si usano tecniche apprese in diversi contesti d’apprendimento e il gioco è fatto. Si recita cioè il copione relazionale pre-parato dalla società, nelle sue diverse forme istituzionali.

Le scuole rappresentano a tal proposito un palcoscenico tipico in cui lo psicologo può far vivere il suo personaggio. Le aspettative circa la sua recita sono note: “adesso arriva e ci psicoanalizza… se mi muovo così, allora mi interpreta… vuole insegnarci come fare il nostro mestiere ma non sa cosa vuol dire stare con questi tutti i giorni… eccetera”. La cosa che più mi diverte e mi danna l’anima (l’anima? mio Dio, non volevo tirar fuori l’anima! Dio, o mamma mia! Chissà come se la prendono certi! Mamma? No, non ditemi che avevo un cattivo rapporto con mia madre, vi prego…) è che la tentazione di colludere con siffatte aspettative è forte, fortissima.

Si finisce a volte con il fare i “piccoli dottori”. Quelli veri sono i medici, loro sì che sanno fare diagnosi, prognosi, usando parole difficili per descrivere il reale. Capita che qualcuno ami sentirsi chiamare “dottore” o che voglia quel titoletto scritto prima del nome. Ma in quel caso, fare lo psicologo assomiglia molto a rumoreggiare come un qualsiasi ingranaggio di una macromacchina consumistica e aziendale, dove tutto deve essere al suo posto.

Cerco sempre, nel mio piccolo, di sottrarmi alle catene del potere. Cerco di essere psicologo e di improvvisare la mia parte in funzione delle relazioni e degli attori sociali che incontro. Tento di trasformare il copione fitto, fitto che mi hanno preparato in un canovaccio liberamente interpretabile. Coloro e sporco il mio ruolo. Divento irriverente e persino deviante, genero caos e fermento. Questo per me significa essere psicologo. Sapere di essere inserito in contesti di potere che non si possono affrontare in astratto, ma nella quotidianità e con tutto lo sforzo e la frustrazione che ciò richiede. Il potere è disseminato e va affrontato con piccole, umane battaglie (M. Foucault).

Vigilando (soprattutto su se stessi) si può provare a sottrarsi a certe dinamiche e a essere creativi. Avvertendo gli altri (studenti o docenti che siano) che è possibile rinarrare certi copioni relazionali e immaginare pratiche e cure di sé che aprano un dialogo dialettico tra soggettività e società.

Essere psicologo è allora molto impegnativo. Costringe a una riflessione continuna su di sé e su gli altri, per fuggire a recite sbiadite e spesso accettate, che imprigionano anziché liberare, che divengono azioni normative piuttosto che momenti chiarificatori e soggettivanti. Essere psicologo significa forse camminare lungo le frontiere dei significati, interrogarsi e dubitare. Le frontiere non sono confini che delimitano, ma spazi che aprono al confronto e all’incontro. Capita persino di smarrirsi o di sostare per un po’ in una delle tante dimore del sapere che si trovano. Ma rimane viva la ricerca, il percorso non si esaurisce, le possibilità di crescita aumentano.