Accendo la TV e vedo Paolo Del Debbio, furbacchione di Italia Uno, conduttore di Secondo Voi (che a me sembra sempre “Secondo lui”). Individua giustamente una contraddizione tra chi ritiene di non avere regolamenti e mezzi a sufficienza per combattere il fenomeno del bullismo e l’idea che la reintroduzione del voto in condotta sia una contromisura troppo pesante, che fa rischiare la bocciatura.
Il discorso prende una piega errata, come era prevedibile. Si finisce col dire che il fenomeno del bullismo va contrastato col voto in condotta. Il che equivale grossomodo a dire che gli incidenti stradali vanno combatutti solo con le multe. Attenzione: non sto dicendo che la condotta deviante rispetto le norme socialmente stabilite per il quieto vivere non vada punita, anzi! Il problema è che la sola punizione non basta. Mai.
Gli psicologi scolastici sanno quanto poco valore educativo abbia la punizione a livello mentale. La punizione non dice che cosa è meglio fare, ma solo cosa non fare. Per di più, per comunicare questo messaggio deve essere fornita in tempi brevissimi e spiegata in modo chiaro. A volte questi fattori (velocità e chiarezza) mancano.
Credo che la logica della punizione sia figlia di una società che cura i sintomi anzichè gli agenti patogeni, per usare una metafora (metafora!!) medica. Una società che pensa in modo reattivo e non propositivo. Al contrario del superuomo auspicato da Nietzsche. Una società che non produce creativamente valori e ideali ma che prova i piccoli rimedi. Una società che vive del “meno peggio”… Ma qui il discorso sarebbe lungo e rischio di dire fesserie altamente retoriche.
Il punto è che il bullismo non va semplicemente combatutto con le punizioni. Sono importanti, ma non sufficienti. Non educano. Il bullismo richiede piuttosto un diverso atteggiamento nei confronti del reale: proattivo anziché reattivo, costruttivo anziché costrittivo. Che non mi vengano a dire che un ragazzo si tratterrà dall’assumere il ruolo di bullo solo per la paure di prendere un brutto voto in condotta o di essere bocciato. Questo sono chiacchiere politiche.
La psicologia funziona in modo diverso. Anzitutto, la psiche è una qualità relazionale e non una realtà delimitata dal perimetro fisico di una persona singola. Il bullismo, quale fenomeno psicosociale, appartiene alle relazioni che si instaurano, non solo a un individuo, spesso considerato diverso o con una storia problematica (la storia problematica è sovente il frutto di un’attenta ricerca post factum atta a dare coerenza alla realtà; si trovano e creano presunte cause del comportamento deviante attuale: non è molto scientifico, no?).
Se il bullismo è un fatto relazionale, un ruolo socialmente costruito, tenuto in piedi da un contesto di attori, pubblico e palco teatrale, allora è il caso di intervenire proprio sui copioni relazionali, sugli arredamenti scenici, sulle storie che imprigionano le persone a recitare sempre la stessa parte. L’intervento sta nel ridefinire l’architettura di relazioni che rende possibile e legittimo un comportamento da bullo, che richiede un certo tipo di ruolo.


