Vita da Goffman


Shopping compulsivo e Psicologia
Settembre 19, 2008, 12:36 pm
Archiviato in: Cultura, Dipendenze, Identità, Linguaggio, Psicologia

Poco fa ho avvistato una nota nella pagina Facebook di una mia amica che riportava le parole di una psicologa, a quanto pare. Riporto l’intera nota.

La psicologa risponde “Shopping compulsivo”:
E proprio come chi fa uso di droghe, le compulsive buyers si sentono elettrizzate nell’arco di tempo che circoscrive l’acquisto, ma una volta soddisfatto l’impulso e posseduto l’oggetto esse crollano in una fase di tristezza. Pertanto per ritrovare la stessa euforia sono “costrette” ad acquistare ancora. Tale caratteristica rende questo comportamento per alcuni aspetti simile ad altre manifestazioni di scarso controllo dei propri istinti, come il gioco d’azzardo e la cleptomania. Di solito la tendenza agli acquisti aumenta nei periodi di stress, come avviene per altri problemi ossessivi, con un’alternanza tra periodi di astinenza e periodi caratterizzati da una sorta di bulimia dell’acquisto. Tendenzialmente la persona affetta da shopping compulsivo compra in base a ciò che ritiene possa fornirgli caratteristiche vincenti e socialmente accettate.
Rimango perplesso, deluso, allibito. Non so se queste parole siano state pronunciate da un’esperta del campo. Mi pare però evidente che vi sia una profonda incomprensione rispetto quale sia il paradigma, l’ambito di pertinenza, il campo di pensiero di una disciplina come la psicologia. E che da tale incomprensione nasca un linguaggio che potrebbe al massimo essere inteso in senso metaforico ma che probabilmente viene scambiato per reale e vero, aderente alla presunta realtà dei fatti. La seduzione del ragionamento in cui tutto fila è sempre così forte!
Senza entrare nel merito dei molteplici errori terminologici (che sottendono infondatezze epistemologiche e scorrettezze metodologiche), basti considerare il senso generale del discorso (è sempre un discorso, non un fatto, importante ripeterlo). Sembra che esista una malattia chiamata shopping compulsivo e che tale malattia assurga alla categoria delle dipendenze o, come è scritto, delle ossessioni. Rabbrividisco. Pare che una persona possa esserne affetta! Mi immagino la scena: il virus dello shopping compulsivo che gira per l’aria e l’imprudente casalinga che esce senza sciarpa se lo becca. Risultato: la malattia dello shopping! Tutto fila, ovvio.
Mi sembra che ci sia una confusione inquietante tra il paradigma scientifico della medicina e quello della psicologia. E mi pare che l’utilizzo di un linguaggio medico in ambito psicologico riprenda tale confusione, reificando una realtà di per sé irreale. La psicologia non tratta corpi, cellule, sostanze. Non è che si prende un raffreddore e analogamente ci si becca una dipendenza da shopping! Le cose sono molto diverse.
Una spiegazione alternativa della crescita di questo fenomeno di massa (lo shopping come antidoto allo stress e all’infelicità) lo si trova in questo video. L’idea centrale è che lo shopping, così come molte altre forme di comportamenti disfunzionali, sorga come costruzione sociale, esito dell’agire degli attori sociali e dei media coinvolti. E non di presunti virus psicologici! Il sistema del consumismo costruisce l’identità delle persone come consumatori. In quanto tali esse devono continuamente consumare, cioè comprare e buttare. Altrimenti si è fuori dal giro di chi alimenta un mondo meraviglioso e insostenibile. TAKE A LOOK!
Rimando anche a questo post e specialmente ai suoi commenti per ulteriori approfondimenti (ringrazio ancora le commentatrici e i commentatori per le preziose intuizioni. In particolare ringrazio Massimo Giuliani e Marco Inghilleri di cui suggerisco i rispettivi blog!).


5 Commenti finora
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Se potessimo capovolgere la tendenza degli ultimi 150 anni, se potessimo cioè collocare storicamente la psicoterapia e smettere di costruire e proteggere l’interiorità personale, potremmo forse contribuire alla creazione di una critica culturale più completa e produttiva. In tal modo, potremmo riuscire a colludere di meno con il capitalismo contemporaneo e a trovare strade realmente efficaci per trattare le origini principali del disagio psicologico: le strutture politiche ed economiche della nostra realtà sociale. Alla lunga, questo, potrebbe apportare un maggior tasso di “guarigioni”.

Comment di Marco Inghilleri

Parli di critica culturale e ti dico che nel mio piccolo cerco di portarla avanti, continuamente, nei vari contesti professionali in cui opero. Ma non è semplice. Siamo ancorati a una visione reificante dell’uomo. In più, temo che molti operatori nel campo psi- preferiscano i feticci psicologici alle riflessioni, presunte certezze a proficui dubbi, ottiche personali a prospettive socio-culturali.

Il problema è che, come sottointendi tu, ci stiamo giocando la salute.

Comment di Tito Sartori

Giuro che ho letto tutto due volte – forse tre, considerando una prima lettura veloce tempo fa.
Non mi considero un’idiota, ma mi sono persa già nella ‘collusione con il capitalismo contemporaneo’ (e forse anche un tantino prima, sinceramente…)Mah…Non lo so: forse vi state veramente “giocando la salute”. La vostra….

Io compro un sacco di libri, di solito quando mi sento bene, ma fondamentalmente, in effetti, spesso è un impulso assolutamente irrefrenabile ;-) E, di solito, me li leggo anche (tranne quelli che non mi convincono per niente: non ho problemi ad accantonarli – non leggo perchè devo, ma perchè mi piace farlo); se mi sono piaciuti tanto, mi capita anche di ricomprarli, perchè mi piace l’idea di regalarli a qualcuno – o perchè li ho prestati, e non li ho più rivisti.
Spendo veramente una barca di soldi, in libri. Non so se abbia qualcosa a che fare con il capitalismo contemporaneo: è una malattia che ho preso da piccola…Quando non avevo la più pallida idea di cosa fosse, il capitalismo.

E, ogni tanto, mi piace comperarmi – o comperare ai miei figli – una giacca, una camicia, un maglione,una felpa, un paio di pantaloni. Effettivamente, magari, non ne ho bisogno. La maggior parte delle volte, non ne ho bisogno – e non ne hanno bisogno i pargoli.
Ma mi fa piacere farlo, lo faccio. E non mi sento in colpa.

Forse,effetivamente,dovete ‘colludere’ meno.

Comment di dani

Sono contento di leggere che non tutti cascano nei paradigmi medico-biologici oggi dominanti.
La dipendenza è infatti una questione culturale, non biologica. Il concetto, anzi il “problema” come lo conosciamo oggi, nasce in un preciso momento storico: la seconda rivoluzione industriale; inoltre, è sconosciuto in altre culture che pure fanno uso di sostanze psicotrope (e fanno sesso, mangiano e bevono, abitudini che da noi possono diventare compulsive). Si diffonde nel globo seguendo le rotte della globalizzazione: ovvero …

http://www.janushead.org/6-2/room.pdf (sulla dipendenza come culture-bound syndrome)

sulla globalizzazione dell’addiction vi linko la mia recensione di questo bel volume:

http://grattaevinci.wordpress.com/la-globalizzazione-delle-tossicodipendenze/

chiedo pietà. Ecco perchè non diventerò mai dipendente da internet.

Comment di lucaborello

Ciao, Luca. Mi sono permesso di sistemare il tuo commento. Va bene così?
Grazie per la visita e i link! :)

Comment di Tito Sartori




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