Sono reduce da un Consiglio di Istituto in parte deludente e snervante. Ma utile, e molto, perchè mi ha fatto riflettere.
La figura dello psicologo è, almeno in Italia, oltre che (meritatamente?) attaccata e svalutata, avvolta da un alone di mistero. Spesso accostata al mondo della magia, tale figura entra nell’immaginario collettivo in modo ambiguo. Non a caso nelle librerie sovente i testi di psicologia sono archiviati e disposti a fianco dei libri di medicina alternativa, magia, new age, ecc. E poi: chi conosce la differenza tra psicologo, psichiatra, psicoanalista, psicomotricista, neuropsichiatra, neurologo, psicobiologo e chi più ne ha più ne metta? Chi è lo psicologo?
Forse l’idea di psicologo viene socializzata soprattutto attraverso i media. Penso in particolar modo ai giornali settimnali, più che altro femminili, in cui compare quasi sempre la rubrica o lo spazio in cui i lettori possono chiedere consigli a degli esperti. Passa così l’immagine di una figura in grado di dare risposte, dispensare informazioni, consigliare e dire come stanno le cose. Il senso comune si nutre di concetti semplici e semplificati; così capita che qualcuno dica “forse non ha risolto il complesso di Edipo” o “secondo me l’ha rimosso” o ancora “è un problema dell’intera famiglia… sistemico”. Già Moscovici ha brillantemente trattato il fenomeno della socializzazione del linguaggio psicologico, il quale non è certamente privo di effetti concreti. Ma questa è un’altra storia.
Il punto fondamentale è che la società ha costruito la figura di psicologo come quella di una persona che legge la mente, capisce aspetti reconditi delle persone, individua il problema e… (zac!) trova la soluzione giusta ad ogni nodo relazionale o personale cui si trova di fronte. Uno psicologo forte. Lo psicologo è certo, sicuro, depositario di un sapere che gli altri non sanno. Non è comune. E ci si aspetta che sappia sempre rispondere. Ci si attende che sia in grado, quasi con un gioco di prestigio, di cambiare le carte in tavola e aggiustare la realtà.
Bene, io promuovo l’idea di uno psicologo debole. Uno psicologo pieno di dubbi, che si concede l’incertezza e la crisi. Uno psicologo che si emoziona e non deve necessariamente nasconderlo. Che si permette appieno di vivere l’imbarazzo. Perché fare lo psicologo costa fatica, richiede un pensiero urticante e fastidioso. Fare lo psicologo significa sopportare ed elaborare le aspettative delle persone sapendo che forse la cosa migliore per la loro crescita personale non è fornire un semplice consiglio (chi sarebbe poi responsabile di una certa scelta di vita? e con i consigli non si mantiene nel tempo la dipendenza?) ma promuovere una riflessione faticosa, sorretta da strumenti cognitivi ed emozionali adeguatamente forniti o rafforzati.
Io non credo a chi ha sempre la risposta pronta, a chi non ha dubbi, a chi pensa di aver ragione. Io non credo a chi sa tutto. Credo a chi muove dalla crisi per trovare assieme alle persone delle risposte. Vere? No, semplicemente utili.
14 Commenti finora
Lascia un commento
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>



Ho letto con grande interesse quello che hai scritto.
Commento di melania Settembre 5, 2008 @ 5:35 pmE questa idea che descrivi dello psicologo mi piace e mi convince.
un abbraccio e a presto
Sono contento. Spero si diffonda
Commento di Tito Sartori Settembre 5, 2008 @ 7:46 pmA presto, allora!
Il discorso potrebbe essere indubbiamente molto più lungo e articolato, ma fondamentalmente, secondo me, psicologi (e insegnanti…) si sono costruiti la loro pessima reputazione da soli. Facendo per decenni quello che, secondo te, uno psicologo non dovrebbe ne fare nè essere – e quello che, secondo me, un insegnante non dovrebbe nè fare nè essere.
Commento di dani Settembre 5, 2008 @ 11:09 pmLa società, ha solo recepito quella che era una realtà di fatto abbastanza diffusa, mettendoci veramente poco, di suo – secondo me. Personalmente ho conosciuto parecchi psicologi che mi hanno fatto passare la voglia di incontrarne altri…E ne ho visti e sentiti parecchi(troppi?) in TV,che hanno ulteriormente minato la mia fiducia nella categoria.
Difficile sperare che le cose cambino dall’oggi al domani solo perchè ‘noi’ non siamo quegli psicologi e quegli insegnanti, non credi?
Cambieranno, però. Almeno lo spero.
La tua esperienza è sicuramente condivisa. Quel punto di domanda inserito nella mia considerazione era molto retorico.
Purtroppo l’immagine è compromessa, la rappresentazione sociale nell’immaginario collettivo sedimentata e rafforzata.
Le cose cambieranno. Io lo spero…
Commento di Tito Sartori Settembre 6, 2008 @ 9:23 amCiao Tito. Per trovare qualche spunto di riflessione suggerisco la lettura di La scienza negoziata. Scienze biomediche nello spazio pubblico a cura di Gustavo Guizzardi. Non parla di psicologia, ma offre interessanti prospettive che ben si possono adattare anche alle discipline psicologiche.
ciao
m.
” La scienza non è prima prodotta e poi fatta conoscere al pubblico; la comunicazione è parte integrante del processo di costruzione del fatto scientifico. In questo volume, in cui teoria e ricerca empirica si intrecciano, si vuole documentare questa tesi conferendo un ruolo centrale ai mezzi di comunicazione di massa. La scienza negoziata è il punto di sintesi che viene proposto: nei media abbiamo non soltanto la costruzione di una rappresentazione negoziata degli oggetti scientifici e tecnologici, ma anche l’effettiva costituzione degli attori sociali in quanto tali, con i loro diversi sistemi di rilevanza e significato, il loro peso negoziale entro il contesto di conflitti, la loro capacità relativa di imporre la propria rappresentazione della realtà. Quattro casi empirici, attinenti in particolare il campo delle scienze biomediche, vengono studiati (clonazione, mucca pazza, Aids, il caso Di Bella), inserendoli entro un’analisi del trend di lungo periodo (oltre cinquant’anni del “Corriere della Sera”) e dei contenuti dei telegiornali delle reti televisive a diffusione nazionale ”
Commento di Marco Inghilleri Settembre 8, 2008 @ 12:46 amda:http://www.scienzepostmoderne.org/Libri/ScienzaNegoziata.html
Grazie mille! Che piacere reincontrarci qui. Ho letto con attenzione, provvederò a studiare quanto mi consigli.
Mi piace sottolineare questo passaggio ” La scienza non è prima prodotta e poi fatta conoscere al pubblico; la comunicazione è parte integrante del processo di costruzione del fatto scientifico”, davvero illuminante, anche se faticoso da digerire per alcuni!
Grazie ancora della visita. Sono cambiate un po’ di cose da quando ci siamo visti. Speriamo di rivederci presto, così ti aggiorno. Ciao
Commento di Tito Sartori Settembre 8, 2008 @ 9:48 amLa questione è importante, e secondo me è la stessa che pone in termini chiari Isabelle Stengers quando si domanda se sia possibile un sapere che esclude le classi che ne sono l’oggetto.
Commento di massimo giuliani Settembre 9, 2008 @ 8:13 amNel caso della psicologia, il retaggio della medicina fa sì che alcuni esperti si pongano come titolari di un sapere che, per definizione, è distante e alternativo a quello delle persone “comuni”. Nella medicina somatica si comprende il senso di questa posizione: i miei organi sono nascosti alla mia vista, non ne conosco il funzionamento eccetera.
Ma la psicologia continua a vivere di metafore mediche (malattia, patologia, diagnosi, terapia e via dicendo) avendo dimenticato che di metafore si tratta (siamo d’accordo che una diagnosi di diabete ha uno statuto epistemologico completamente diverso da una “diagnosi” di “personalità borderline”?).
Mi vengono in mente due categorie di persone che prendono le metafore alla lettera: gli schizofrenici e gli psicologi.
Per ragioni sulle quali tutti possiamo agevolmente fare ipotesi, gli psicologi hanno bisogno di sentirsi simili ai medici, e il costo di questa specie di autoinganno è quello che Bateson descriveva come “mangiare il menu al posto del pranzo”.
Grazie per gli splendidi commenti. Sto preparando un post per rispondere a tutti.
Commento di Tito Sartori Settembre 9, 2008 @ 6:02 pm“Uno psicologo pieno di dubbi, che si concede l’incertezza e la crisi. Uno psicologo che si emoziona e non deve necessariamente nasconderlo. Che si permette appieno di vivere l’imbarazzo. Perché fare lo psicologo costa fatica, richiede un pensiero urticante e fastidioso. Fare lo psicologo significa sopportare ed elaborare le aspettative delle persone sapendo che forse la cosa migliore per la loro crescita personale non è fornire un semplice consiglio (chi sarebbe poi responsabile di una certa scelta di vita? e con i consigli non si mantiene nel tempo la dipendenza?) ma promuovere una riflessione faticosa, sorretta da strumenti cognitivi ed emozionali adeguatamente forniti o rafforzati.”
voglio anch’io questo tipo di psicologo
nel senso che altrimenti non sarebbe in grado di empatizzare con nessuno, men che meno con chi ha bisogno di essere ascoltato…
bel post
(mad)
Commento di ibridamenti Settembre 9, 2008 @ 9:06 pmMi fa piacere. Grazie a te per il commento!
Ciao
Commento di Tito Sartori Settembre 10, 2008 @ 7:27 am[...] Psicologia e incertezza [...]
Pingback di Mangiare un menù anziché le pietanze « Vita da Goffman Settembre 10, 2008 @ 3:15 pmbravo bravo promuovi l’idea dello psicologo debole dato che la sottoscritta da anni spera di trovare il coraggio di iscriversi alla facoltà di psicologia, dopo la maturità. e sono una complessata per eccellenza !!
Commento di Eva Settembre 10, 2008 @ 8:10 pm[...] dal giro di chi alimenta un mondo meraviglioso e insostenibile. TAKE A LOOK! Rimando anche a questo post e specialmente ai suoi commenti per ulteriori approfondimenti (ringrazio ancora le commentatrici e [...]
Pingback di Shopping compulsivo e Psicologia « Vita da Goffman Settembre 19, 2008 @ 12:37 pmCondivido ed allego una citazione non mia.
Commento di Angelo Sampieri Febbraio 15, 2009 @ 3:19 pm“C’è qualcosa che io non so che dovrei sapere.Io non so cosa c’è che non so e che, tuttavia, dovrei sapere, e sento di apparire stupido se sembra che io non lo sappia né sappia cos’è che non so.Perciò faccio finta di saperlo. Tutto questo è esasperante dato che non so cosa devo fingere di sapere.Perciò fingo di sapere tutto.Ho l’impressione che voi sappiate quello che io dovrei sapere,ma voi non potete dirmi cos’è perché non sapete che
io non so cos’è che non so.
R.D. Laing, Knots.”