Vita da Goffman


Bullo Bullo Bullo
Agosto 11, 2008, 1:06 am
Archiviato in: Bullismo, Identità, Paradoxa

Una considerazione flash, a fronte di una discussione con alcuni genitori giustamente tesi.

Partiamo da un presupposto: il bullismo non è una patologia individuale, né un tratto di personalità caratteristico di una persona. Piuttosto, esso si configura come un ruolo sociale stabilito e confermato dalle interazioni quotidiane che un certo soggetto esperisce nella vita di tutti i giorni. In questo senso, il ruolo del bullo si rafforza in funzione delle aspettative che gli attori sociali implicati in un dato contesto nutrono e alimentano. Se io mi aspetto che una certa persona agisca in un certo modo, il mio comportamento sarà orientato a confermare ciò che mi attendo, con la conseguenza che tenderò a far sì che la profezia si autorealizzi.

Se così è, il bullismo non richiede né un intervento coercitivo o aggressivo (cosa che confermerebbe la giustezza di certe azioni violente), né di un’ortopedia psicologia, una sorta di riabilitazione sociale attuata secondo pratiche persusaive ed educative, nonché ovviamente fortemente normative. Piuttosto, il bullismo, come fenomeno sociale che ha senso all’interno di una data situazione socialmente co-costruita dagli attori che vi partecipano, può essere decostruito proprio partendo da tale situazione, dal suo cambiamento. Si può agire cioè intervendo sul set, sulla scena in cui hanno luogo i comportamenti da bullo. Ciò implica cambiare certi aspetti fisici del set, ma anche certi aspetti psicologici (come le aspettative).

Credo che questa sia una possibile direzione da seguire e perseguire. Così, forse, si rischia meno di far(si) male.


2 Commenti finora
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Il senso sarebbe…agire sul contesto, l’ambiente in cui il fenomeno (la situazione?) si manifesta – e non sul singolo. Le “note” estemporanee ( o altro genere di sanzioni esclusivamente punitive)elargite nei confronti di singoli individui/persone non servono.
Assolutamente d’accordo.

Bello.
Ma cosa si può fare quando l’autorità costituita,( Preside, docenti stessi, genitori…altri, vari) si rifiutano di riconoscere l’esistenza della ’situazione’, preferendo distrarsi/concentrarsi sull’idea che il singolo ragazzino/a sia ‘il problema’?

Commento di dani

Eheh! Qui casca l’asino…

La critica che muovo infatti parte proprio dall’idea di ristrutturare le nostre percezioni, il nostro modo di interpretare la realtà, nella convinzione che le modalità con cui leggiamo il modo diano forma al mondo stesso (Costruzionismo sociale). Di conseguenza, un occhio che non vede nel contesto il problema, ma che anzi si focalizza sul singolo, attribuendogli disposizioni di personalità o storie pregresse tali da giustificarne gli atteggiamenti, è un occhio che costruisce così il reale, solidificandolo, cristallizzandolo. Se si parte dalla prospettiva che sono le relazioni a costruire le identità (Interazionismbo simbolico), allora è sulle relazioni tra le parti che si può intervenire; allora tutte le parti sono legate assieme, in un unico sistema. Ma se tutte le parti sono connesse in un unico sistema, come un’unica architettura psico-sociale che regge un edificio di identità, emozioni, pensieri, ecc., allora un cambiamento in qualsiasi parte del sistema, in qualsiasi sua connessione (anche l’interfaccia docenti-studenti o genitori-studenti, ad esempio) genera una cascata di modificazioni in tutto il sistema. Come si sposta o toglie una colonna in un edificio, il complesso di pesi deve trovare altri punti di appoggio, altri equilibri. Così cambiare una relazione, la sua forma, il suo senso, le modalità con cui si ripete significa creare nuovi equilibri, a seguito di un disequilibrio.
Il “bullo” indossa la maschera da bullo. Facciamo in modo che la scena sociale in cui agisce cambi, di modo che la sua rappresentazione non abbia più senso, non sia più sostenuta dall’impalcatura scenica, dal buio che nasconde gli spettatori, dal tendone che si chiude dietro ogni sua recita. Facciamo che cambi ruolo, che sperimenti un’altra identità, altre possibili realtà.

Commento di Tito Sartori




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